La libertà frazionata: Napoli sperimenta il razionamento della proprietà

Quando la politica decide quanta casa puoi usare e come, il problema non è il turismo: è il potere che non conosce limiti

di Sandro Scoppa

C’è un momento in cui la regolazione smette di essere cornice e diventa sostanza. La variante urbanistica che il Comune di Napoli si appresta a introdurre sugli affitti brevi segna esattamente quel passaggio: non si limita a disciplinare un fenomeno, ma pretende di ridisegnarlo dall’alto, imponendo quote, destinazioni e limiti che incidono direttamente sulla libertà di utilizzare la propria casa.

Il principio è tanto semplice quanto inquietante: in ogni edificio del centro storico, almeno il 70% della superficie dovrà restare destinata alla residenza stabile, mentre gli affitti brevi non potranno superare il 30%. Tradotto: non è più il proprietario a decidere come impiegare il proprio immobile, bensì un criterio amministrativo che stabilisce una soglia “giusta” di utilizzo.

Il tutto nasce da un dato – l’aumento degli annunci su Airbnb – che viene trasformato in allarme pubblico. Ma il salto logico è evidente: si passa dalla crescita di un’attività economica alla sua limitazione preventiva, come se il mercato fosse, di per sé, un errore da correggere. Eppure, gli stessi numeri citati raccontano una realtà più complessa: riqualificazione urbana, aumento dei valori immobiliari, rilancio di quartieri prima marginali.

Il punto, allora, non è “governare il turismo”, è invece stabilire chi decide. Perché qui non siamo di fronte a una regola generale e astratta, ci troviamo piuttosto dinanzi a un intervento che entra nel merito delle scelte individuali, imponendo una pianificazione che ignora la dispersione delle informazioni e delle preferenze. Nessun ufficio comunale può sapere meglio dei singoli proprietari come utilizzare un immobile, in funzione della domanda, dei costi, delle opportunità.

Ancora più problematica è la pretesa tecnica di controllare il rispetto del limite del 30% all’interno degli edifici. Gli stessi operatori segnalano l’impossibilità di ricostruire con precisione i dati reali: annunci inattivi, calendari chiusi, strutture formalmente presenti ma di fatto inesistenti. Si costruisce così una norma su basi statistiche fragili, destinata a produrre contenzioso, incertezza e discrezionalità amministrativa.

Nel frattempo, i dati più recenti indicano una flessione degli annunci attivi, secondo AirDNA: segno che il fenomeno, lungi dall’essere fuori controllo, tende già a riequilibrarsi. Nondimeno, la politica non attende gli aggiustamenti spontanei: interviene prima, irrigidendo un sistema che avrebbe già i propri meccanismi di adattamento.

Il risultato prevedibile è quello già visto altrove: riduzione dell’offerta legale, spostamento verso l’irregolarità, perdita di valore degli immobili e disincentivo agli investimenti. Colpire gli affitti brevi non significa proteggere i residenti, ma limitare una delle poche leve di valorizzazione del patrimonio urbano.

Si introduce, inoltre, un precedente pericoloso: l’idea che la proprietà privata sia subordinata a un equilibrio definito politicamente. Oggi è il 30% per gli affitti brevi; domani potrebbe essere qualsiasi altra quota, qualsiasi altra destinazione, qualsiasi altro vincolo giustificato da una presunta emergenza.

La verità è che non esiste un “giusto mix” stabilito per decreto. Esiste, semmai, un ordine che emerge dalle scelte libere, dalla cooperazione volontaria, dall’incontro tra domanda e offerta. Ogni tentativo di sostituire questo processo con una pianificazione centralizzata produce inevitabilmente distorsioni, inefficienze e conflitti.

Napoli, con questa scelta, non sta solo regolando un settore: sta sperimentando una forma di razionamento della proprietà. E quando la casa diventa oggetto di quote e percentuali imposte, il rischio non è solo economico. È culturale. Perché si afferma, ancora una volta, l’idea che il cittadino non sia titolare di diritti, ma semplice destinatario di concessioni.