Milei rimette la proprietà al centro: senza diritto non c’è progresso

Alla Bolsa de Comercio de Buenos Aires, in occasione della cerimonia per il 172º anniversario dell’istituzione, giovedì 16 luglio 2026

Javier Milei ha scelto la sede più coerente per ribadire una verità che la politica tende spesso a dimenticare. Davanti alla Borsa di Commercio di Buenos Aires, durante la celebrazione del 172º anniversario dell’istituzione, il presidente argentino non ha parlato soltanto di finanza. Ha ricostruito il rapporto che unisce risparmio, investimento, capitale, proprietà privata e crescita economica.

Il punto di partenza è semplice. La Borsa e le altre istituzioni finanziarie servono a «incanalare i risparmi negli investimenti». Tuttavia, quel meccanismo può funzionare soltanto quando chi rinuncia al consumo presente sa che le risorse accantonate non saranno confiscate, svalutate o rese inutilizzabili dal potere politico.

Per questo, ha sostenuto Milei, occorre «un profondo rispetto per il diritto alla proprietà». Senza tale garanzia viene meno l’incentivo a risparmiare; senza risparmio diminuiscono gli investimenti; senza investimenti non cresce la dotazione di capitale e la produttività rimane ferma.

Il capitale, infatti, non viene creato per decreto. Nasce dall’accumulazione di risorse sottratte al consumo immediato e destinate a un impiego futuro. Chi investe deve inoltre poter «cogliere i risultati di quell’investimento». Se il guadagno può essere espropriato, tassato oltre misura o cancellato da una regolazione retroattiva, l’attività produttiva perde significato.

È questa la ragione per la quale il governo argentino intende rafforzare per legge «l’inviolabilità, il rispetto e la difesa estrema del diritto alla proprietà». Milei non considera tale diritto una concessione dello Stato, revocabile quando il potere ritenga più utile una diversa destinazione del bene. Lo presenta invece come la condizione preliminare senza la quale non possono esistere investimenti durevoli.

LA PROPRIETÀ RENDE POSSIBILI I PREZZI

La proprietà, nel ragionamento del presidente argentino, non rappresenta soltanto una barriera contro l’arbitrio. È anche il presupposto del sistema dei prezzi.

Richiamando Ludwig von Mises e la sua opera Socialismo, Milei ha ricordato che il calcolo economico diventa impossibile in assenza di proprietà privata. Solo chi dispone realmente di un bene ha interesse a valutarne il costo, scegliere se conservarlo, venderlo oppure destinarlo a un uso diverso.

Da qui deriva una delle affermazioni più nette del discorso:

«È impossibile determinare i prezzi senza proprietà privata».

Il prezzo non è un numero deciso da un’autorità, né un dato che possa essere stabilito sulla base di un’astratta valutazione di giustizia. È il risultato delle scelte, degli scambi e delle rinunce compiuti da individui che dispongono di risorse scarse.

Senza prezzi autentici non esiste un meccanismo capace di coordinare domanda e offerta, orientare gli investimenti, segnalare gli errori e trasferire il capitale verso gli impieghi maggiormente apprezzati. Il potere può imporre un prezzo ufficiale, ma non può obbligare i produttori a offrire un bene in perdita, né può far apparire le risorse necessarie a produrlo.

LA REGOLAZIONE COME ESPROPRIAZIONE INDIRETTA

La parte più concreta dell’intervento riguarda il rapporto tra proprietà e regolazione. Milei ha indicato due forme attraverso le quali il potere pubblico può aggredire il patrimonio: la tassazione eccessiva e la disciplina amministrativa.

«Esiste un’altra forma di furto che avviene tramite regolamentazione», ha affermato.

La formula è volutamente provocatoria, ma si fonda su un’osservazione precisa. Anche quando lo Stato non sottrae materialmente un bene, può privare il proprietario della possibilità di utilizzarlo, trasformarlo, venderlo o concederlo in locazione.

La titolarità formale rimane, mentre le facoltà che ne costituiscono il contenuto vengono progressivamente svuotate. Il cittadino continua a sostenere imposte, spese, manutenzione e responsabilità, ma non può più decidere liberamente come impiegare il proprio bene.

È una forma di espropriazione indiretta, realizzata non attraverso il trasferimento della proprietà, ma mediante l’accumulazione di divieti, autorizzazioni e obblighi.

IL CONTROLLO DEGLI AFFITTI RIDUCE LE CASE

L’esempio scelto da Milei è particolarmente significativo: il controllo degli affitti.

Se a un edificio destinato alla locazione viene applicata una disciplina che comprime artificialmente i canoni, ha spiegato, nel primo momento gli effetti possono non essere visibili, soprattutto finché restano in vigore i contratti già stipulati. Successivamente, però,

«l’offerta viene ritirata, il prezzo degli affitti aumenta, la qualità degli appartamenti e degli uffici peggiora».

È la conseguenza della riduzione degli incentivi a costruire, ristrutturare e mettere a disposizione nuovi immobili. Se il rendimento viene limitato mentre imposte, spese e rischi rimangono a carico del proprietario, una parte degli alloggi viene venduta, sottratta alla locazione oppure destinata ad altri usi.

La regolazione produce così l’effetto opposto a quello dichiarato. Quando il prezzo legale viene mantenuto sotto quello che si formerebbe liberamente, la domanda supera l’offerta. La casa apparentemente meno costosa diventa più difficile da trovare.

La selezione degli inquilini non scompare: cambia soltanto forma. Il proprietario, non potendo adeguare il canone, sceglierà chi offre maggiori garanzie reddituali, patrimoniali e personali. Resteranno esclusi proprio coloro che la disciplina pretendeva di aiutare.

Come ha osservato Milei, una misura introdotta per proteggere i più vulnerabili finisce per favorire «solo chi è in grado di pagare di più» e per «distruggere la vita dei più vulnerabili».

È un passaggio importante anche per il dibattito europeo. Il controllo degli affitti continua a essere presentato come una scorciatoia capace di risolvere la scarsità di abitazioni. Ma nessun provvedimento può distribuire ciò che contribuisce a far scomparire.

Se costruire diventa meno conveniente, se concedere un immobile in locazione espone a rischi crescenti e se il proprietario perde la possibilità di rientrare rapidamente nella disponibilità del bene, l’offerta si restringe. Il problema abitativo non viene risolto: viene congelato e aggravato.

IL DEFICIT CONSUMA IL RISPARMIO

Nello stesso quadro si colloca la critica alla spesa pubblica e al deficit. Una società che consuma sistematicamente più di quanto produce riduce il risparmio disponibile e, quindi, le risorse che possono finanziare gli investimenti.

Milei ha presentato la chiusura del deficit fiscale come il primo passaggio necessario per «recuperare i risparmi e recuperare i finanziamenti per gli investimenti».

L’equilibrio dei conti non è, in questa prospettiva, un esercizio contabile imposto dai mercati. È una condizione per evitare che lo Stato assorba capitale e lo sottragga agli impieghi produttivi.

Quando il settore pubblico spende oltre le proprie entrate, deve tassare, indebitarsi oppure creare moneta. In ogni caso trasferisce risorse dai cittadini all’apparato politico. Riduce la capacità di risparmio, aumenta l’incertezza e scoraggia gli investimenti di lungo periodo.

Non basta dunque raggiungere formalmente il pareggio aumentando la pressione fiscale. Milei ha rivendicato di aver corretto il disavanzo riducendo la spesa e restituendo risorse agli argentini. Il problema non è soltanto quanto lo Stato incassa, ma quanta parte della ricchezza nazionale sottrae alle decisioni di famiglie e imprese.

IL VALORE NON VIENE CREATO DALLO STATO

Il discorso ha collegato la crescita alla cultura del lavoro, al capitale umano, alla deregolamentazione e all’apertura dei mercati. L’idea comune è che la prosperità non venga prodotta dall’apparato pubblico, ma dall’attività di individui e imprese capaci di scoprire opportunità, assumere rischi e combinare risorse.

«Il valore è creato dagli uomini d’affari, non dallo Stato», ha affermato Milei.

Lo Stato può proteggere i diritti, garantire i contratti e impedire frodi e violenze. Non può però conoscere in anticipo quali beni saranno richiesti, quali tecnologie avranno successo o quali investimenti risponderanno meglio alle esigenze dei consumatori.

Quando pretende di sostituirsi all’imprenditore, utilizza risorse che non gli appartengono e non sopporta personalmente le conseguenze degli errori. L’impresa privata può fallire; l’apparato pubblico trasferisce il costo del fallimento sui contribuenti.

Anche l’apertura commerciale viene letta come ampliamento delle possibilità di cooperazione. Riprendendo Adam Smith, Milei ha ricordato che la divisione del lavoro è limitata dalla dimensione del mercato.

Un’economia chiusa protegge alcune imprese dalla concorrenza, ma obbliga milioni di consumatori a pagare prezzi più elevati e impedisce alle risorse di spostarsi verso attività più efficienti. La protezione conserva l’esistente; la concorrenza costringe a innovare.

LA PROPRIETÀ COME LIMITE AL POTERE

Il nucleo dell’intervento resta però la proprietà. Essa consente di risparmiare, investire e calcolare; attribuisce responsabilità; rende possibile lo scambio e limita il potere.

Non garantisce che ogni investimento abbia successo, ma assicura che i risultati, positivi o negativi, ricadano anzitutto su chi ha scelto. È proprio tale responsabilità a rendere possibile la correzione degli errori e la migliore utilizzazione delle risorse.

Quando invece la proprietà viene subordinata alla discrezionalità politica, il capitale fugge, il risparmio si nasconde, l’offerta si riduce e i prezzi cessano di trasmettere informazioni attendibili.

È questa la lezione più significativa del discorso pronunciato a Buenos Aires: la crescita non richiede nuovi comandi, ma regole stabili, libertà di iniziativa e una sfera patrimoniale sottratta all’arbitrio.

Milei ha concluso invitando l’Argentina a «rivitalizzare il nostro spirito imprenditoriale». È un messaggio che supera i confini del suo Paese.

Le nazioni non diventano più prospere punendo chi risparmia, diffidando di chi investe o imponendo ai proprietari di sostenere il costo delle promesse politiche. Crescono quando chi crea valore sa di poter disporre dei frutti del proprio lavoro.

La proprietà privata non è un ostacolo alla prosperità diffusa. È la struttura senza la quale anche le migliori intenzioni finiscono per produrre scarsità, dipendenza e declino.