In nome della trasparenza, il disegno di legge A.C. 2692 rimpiazza l’autonomia dei proprietari con certificazioni, elenchi e controllo pubblico
di Sandro Scoppa
Il condominio è, per sua natura, una forma elementare di autogoverno. Un luogo in cui proprietari privati, legati da un interesse comune, si organizzano attraverso regole condivise, responsabilità reciproche e strumenti contrattuali, scegliendo come gestire le parti comuni e chi incaricare della loro amministrazione. Ebbene, Il disegno di legge A.C. 2692, fortemente sostenuto da Fratelli d’Italia e presentato ufficialmente il 17 dicembre a Roma, a prima firma di Elisabetta Gardini e di altri dieci parlamentari, rovescia questo impianto e lo fa in modo sistematico: non interviene su singole disfunzioni, riscrive la logica stessa della gestione, trasformando l’autonomia privata in amministrazione pubblica.
Tale progetto è stato presentato come risposta a un presunto caos gestionale – contenziosi diffusi, morosità, rendiconti contestati, amministratori ritenuti inadeguati, con le finalità dichiarate di riduzione del contenzioso, maggiore trasparenza, professionalizzazione.
Nella pratica, però, l’autogoverno viene sostituito dalla standardizzazione, la scelta dalla certificazione, la fiducia dalla procedura. Il cuore del provvedimento è esplicito già nella relazione illustrativa: professionalizzare, certificare, registrare, depositare. La gestione delle parti comuni viene così ricondotta entro un modello uniforme, fondato su requisiti obbligatori, controlli preventivi e tracciabilità pubblica. Ogni passaggio rilevante è sottratto alla libera determinazione dei proprietari e inserito in un circuito istituzionale di vigilanza. Per effetto di ciò, l’amministratore non è più un mandatario scelto sulla base della fiducia, ma un soggetto autorizzato, legittimato dall’iscrizione in un elenco nazionale tenuto presso il Ministero delle imprese e del made in Italy. Analoga sorte tocca al revisore condominiale, figura resa obbligatoria al superamento di determinate soglie dimensionali e investita di un ruolo certificativo che culmina nel deposito del rendiconto presso la Camera di commercio.

Qui emerge il primo nodo critico: la confusione tra autonomia privata e funzione pubblica. Il fatto che la gestione delle parti comuni muova risorse economiche significative viene utilizzato per assimilare un rapporto tra privati a un soggetto para-pubblico. Anche le imprese private gestiscono capitali rilevanti; ciò non comporta, però, certificazioni obbligatorie imposte per legge e depositi generalizzati presso enti pubblici. Il richiamo alla dimensione economica finisce in tal modo per funzionare come un cavallo di Troia, attraverso il quale introdurre un controllo pervasivo su rapporti che restano privati.
Ancora più problematica è l’istituzione di un elenco nazionale obbligatorio, accompagnato da contributi economici a carico degli iscritti e da sanzioni per chi esercita senza iscrizione. Non si tratta di una qualificazione professionale, quanto di una licenza statale. L’accesso all’attività non dipende più dalla fiducia del mercato o dalla scelta dei proprietari, bensì dal vaglio preventivo dell’autorità pubblica. È un modello che richiama le corporazioni amministrate, non la libera organizzazione dei servizi.
La marginalizzazione del condomino-amministratore è, in questo quadro, emblematica. Una figura storica, spesso espressione diretta della comunità dei proprietari, viene liquidata come “anacronistica” e implicitamente inaffidabile. L’autogestione diventa un problema, non una risorsa. Al suo posto subentrano professionisti certificati, formati secondo standard uniformi e controllati dall’alto. Così si spezza il legame diretto tra decisione e responsabilità, che è invece il fondamento di ogni ordine che nasce spontaneamente.
Anche la disciplina del rendiconto, presentata come intervento tecnico, rivela la stessa impostazione. La fiducia viene rimpiazzata dalla procedura, il formalismo sostituisce la chiarezza e al posto della responsabilità si innesta la paura della sanzione. L’ossessione per la certificazione non elimina il contenzioso: lo moltiplica, trasformando ogni errore contabile in potenziale violazione formale. Non è una semplificazione: è una burocratizzazione avanzata.
Infine, il deposito dei rendiconti presso enti pubblici viene giustificato come strumento di trasparenza e persino di contrasto all’evasione. Qui il salto concettuale è definitivo: il sospetto diventa la regola. I proprietari non sono più soggetti che amministrano beni propri, bensì potenziali evasori da sorvegliare. La trasparenza, da valore contrattuale, si trasforma in obbligo imposto.
Questa proposta di legge non rafforza il condominio, lo snatura; non tutela la proprietà, la avvolge di adempimenti; non responsabilizza, ma deresponsabilizza, sostituendo la fiducia con la procedura e l’autonomia con il controllo: è un ulteriore passo in un’opera di svuotamento della proprietà già in atto, che trasforma la gestione della casa in amministrazione pubblica.


