IMU: una tassa contro il risparmio, la proprietà e il futuro

Si avvicina la scadenza per il pagamento della rata di saldo. Nei capoluoghi calabresi aliquote al massimo, mentre il patrimonio viene trattato come un bersaglio fiscale fisso

di Sandro Scoppa

Il 16 dicembre, come ogni anno, milioni di proprietari saranno obbligati a versare il saldo IMU, un’imposta che colpisce non ciò che si guadagna, ma ciò che si possiede. Non si tratta di un contributo legato a un’attività o a un reddito, ma di un prelievo che grava esclusivamente sul fatto di avere un bene intestato, a prescindere dalla sua redditività, dal suo utilizzo o dalla sua effettiva valorizzazione.

In Calabria, la situazione è ancora più significativa. Nei cinque capoluoghi – Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia – l’aliquota è fissata al livello massimo consentito dalla legge, l’10,6 per mille. Un’imposta piena su beni che, nella maggior parte dei casi, non producono nulla. Nessuna distinzione tra chi affitta e chi non riesce a farlo, tra chi guadagna e chi no. L’IMU si applica comunque, in modo cieco, rigido, costante. E grava spesso su immobili inutilizzati, su locali sfitti, su abitazioni ereditate che non trovano né mercato né utilizzo.

È il paradosso di un’imposizione che pretende di colpire la ricchezza, ma finisce per gravare sulla fragilità. Un prelievo che non considera il valore reale degli immobili, né le condizioni del mercato, né le dinamiche economiche dei territori. Un meccanismo che ignora la funzione della proprietà privata come presidio di stabilità, come strumento di sicurezza, come espressione concreta del risparmio accumulato nel tempo.

L’IMU è diventata la principale forma di fiscalità patrimoniale permanente nel nostro ordinamento. E questo è, in sé, un problema politico e culturale, prima ancora che tecnico. Tassare ogni anno il medesimo bene, indipendentemente dalla sua capacità di generare reddito, significa negare il principio di proporzionalità e violare la logica stessa della tassazione. Equivale a punire il semplice fatto di possedere qualcosa, e trasformare il patrimonio in un peso, anziché in una risorsa.

Nel territorio calabrese, tutto questo assume tratti ancora più evidenti. Nella maggior parte dei casi, gli immobili colpiti dall’IMU sono frutto di risparmio familiare, costruiti in tempi in cui la casa rappresentava l’unico investimento possibile. Beni che oggi non sono appetibili sul mercato, che non trovano acquirenti né locatari, ma che continuano a essere trattati come se fossero fonti di reddito certe e automatiche.

Di fronte a questa realtà, non si può parlare di aggiustamenti o revisioni parziali. L’IMU non è una misura da correggere o attenuare: va superata integralmente. Non si tratta di alleggerire il carico o modificarne i criteri, ma di riconoscerne la natura profondamente distorsiva. È un prelievo scollegato dalla produzione di ricchezza, che si traduce di fatto in una forma di esproprio diluito nel tempo. Un’imposizione di questo tipo è incompatibile con un sistema fiscale equo, basato sulla responsabilità individuale e sul rispetto della proprietà. La casa non può essere considerata un pretesto per fare cassa, ma deve tornare a essere riconosciuta come un bene da tutelare, non da colpire.

La proprietà non è un lusso da tassare, ma una componente essenziale della vita familiare e civile. Non si costruisce una società più giusta penalizzando chi conserva, chi investe, chi mette a disposizione immobili. Si fa l’opposto: si impoverisce il risparmio, si scoraggia la cura, si ostacola la trasmissione.

Per questo, è necessario continuare a chiedere con determinazione l’abolizione dell’IMU, un’imposizione che non ha più alcuna giustificazione economica, giuridica o sociale. Non si tratta di difendere un interesse particolare, ma di riaffermare un principio fondamentale: nessuna società può prosperare se tassa il risparmio e penalizza chi conserva, chi investe, chi tramanda.