Il dietrofront di Bruxelles mostra che l’innovazione funziona quando nasce dal mercato, non da divieti e scadenze imposte dall’alto.
di Sandro Scoppa
Per anni la politica europea ha provato a presentare la transizione energetica come una marcia trionfale verso l’elettrificazione totale, trattando il gas come un retaggio del passato da liquidare rapidamente. Il bando programmato a partire dal 2029 era il simbolo di questa impostazione: non un indirizzo, ma un divieto, pensato per chiudere in tempi rapidi un ciclo tecnologico e aprirne un altro.
La recente scelta della Commissione di rinunciare a quell’obiettivo, riammettendo sul mercato le caldaie a gas di nuova generazione, segna invece il ritorno della realtà. Ed è un ritorno che pesa soprattutto sull’Italia, dove il riscaldamento domestico è ancora basato in larga parte su sistemi tradizionali, con una vasta quota di impianti che nei prossimi anni dovrà comunque essere sostituita.
La brusca correzione di rotta non nasce da un improvviso interesse per la libertà di scelta dei consumatori, né da una conversione ecologica graduale: deriva dalla constatazione che un divieto generalizzato avrebbe paralizzato un settore industriale ancora centrale, prodotto costi insostenibili per famiglie e imprese e scaricato sulla politica nazionale una mole di conflitti sociali ingestibili.
Il nodo, infatti, non è ambientale, bensì istituzionale. Le politiche europee degli ultimi anni hanno agito come se la transizione potesse essere imposta per decreto, senza considerare che la tecnologia evolve per tentativi ed errori, che il mercato incorpora i cambiamenti gradualmente e che le persone non possono essere costrette a sostituire impianti funzionanti in base a scadenze arbitrarie.
La retromarcia suona quindi come un riconoscimento implicito di un errore metodologico: eliminare un’intera soluzione tecnica senza che ne esista una alternativa diffusa, affidabile e a prezzi accessibili non è “visione”, è unicamente pianificazione cieca. E questa diventa sempre politica regressiva: riduce l’autonomia, concentra le decisioni, punisce chi non può adeguarsi rapidamente.
L’industria europea del riscaldamento, e quella italiana in particolare, ha reagito con pragmatismo. Negli ultimi anni ha lavorato per rendere le tecnologie a gas più efficienti e compatibili con combustibili rinnovabili, spingendo su biometano e miscele a basse emissioni. Non ha chiesto protezioni, ha piuttosto preteso riconoscimento: se esistono miglioramenti immediatamente realizzabili, perché sacrificare tutto sull’altare di un salto tecnologico costoso e, per molti versi, ancora incompleto?
La risposta politica a questa domanda è arrivata non per scelta ma per necessità. Il ripensamento europeo non apre però uno scenario stabile: il divieto di incentivi per gli impianti a combustibili fossili resta in vigore, e la direttiva sulle prestazioni energetiche degli edifici continua a prefigurare, entro il 2040, l’eliminazione dei sistemi alimentati da fonti non rinnovabili. La prospettiva del divieto non è cancellata, è solo rinviata.
È un equilibrio curioso: il mercato è lasciato sopravvivere, ma sotto la costante minaccia di essere neutralizzato quando le condizioni politiche lo permetteranno. In questo quadro, il richiamo di parte dell’industria a un approccio meno ideologico e più tecnico non è retorica lobbistica: è la richiesta di riportare la transizione nel perimetro della razionalità economica.
Perché la questione decisiva è questa: una politica che tratta il riscaldamento domestico come un problema morale, anziché come una funzione essenziale che richiede soluzioni adattive, finisce per produrre diseguaglianze e inefficienze. Le scelte energetiche non sono atti simbolici, esprimono in realtà decisioni che incidono sui costi della vita, sulla progettazione delle case, sulla gestione dei bilanci familiari.
È facile costruire obiettivi climatici su grafici e previsioni. Difficile è trasformarli in cambiamenti sostenibili che non trasformino la transizione in un dispositivo di impoverimento programmato. E ogni volta che il potere prova a spostare i costi sulle persone senza dar loro tempo, mezzi e alternative, il potere sbaglia.
La vicenda delle caldaie a gas non dice che la transizione è impossibile, afferma soltanto che la libertà è una condizione della transizione, non un ostacolo. Una società che vuole innovare deve farlo con procedure che rispettano i tempi, le risorse, le conoscenze diffuse. Il divieto frontale è lo strumento tipico di chi non si fida della capacità degli individui di trovare soluzioni migliori.
Non è un caso se, di fronte ai primi segnali di resistenza, Bruxelles abbia premuto il freno. Non per generosità, ma perché nessuna strategia centralizzata sopravvive quando si scontra con la realtà economica e sociale che pretende di modellare. La transizione, se vuole essere efficace, dovrà accettare la logica dei processi aperti: innovazione incrementale, concorrenza tra tecnologie, responsabilità distribuita.
L’alternativa è semplice e pericolosa: un sistema che decide per tutti, e che pretende obbedienza in nome di un bene superiore. È un modello già visto, e mai funzionato.
