Condomìni, la finzione della qualità per legge

Certificazioni obbligatorie e nuovi vincoli restringono l’accesso alla professione, riducono la concorrenza e fanno salire i costi senza garantire servizi migliori

di Sandro Scoppa

C’è un riflesso sempre più diffuso nel legislatore: quando emerge un problema, si introduce un obbligo. Il disegno di legge 1816 sugli amministratori di condominio, all’esame della Commissione Giustizia del Senato, segue esattamente questa logica. La leva scelta è la certificazione: nei condomìni più grandi, l’amministratore dovrà possedere la UNI 10801:2024, pena l’esclusione dal mercato.

L’intenzione dichiarata è quella di elevare la qualità. L’effetto reale rischia però di essere opposto. L’obbligo di certificazione non seleziona i migliori, ma chi si adegua a uno standard formale, escludendo esperienze e competenze maturate sul campo. Si passa così da un sistema fondato sulla scelta dei condòmini a uno filtrato dalla legge: non decide più chi paga il servizio, ma chi stabilisce i requisiti.

La conseguenza è prevedibile. Nelle professioni regolamentate, l’inasprimento dei requisiti riduce la concorrenza e tende ad aumentare i costi, senza garanzie di maggiore qualità. Il rischio concreto è avere meno amministratori, parcelle più elevate e minori possibilità di scelta.

Emblematica è l’eliminazione della figura dell’amministratore interno privo di requisiti formali: una soluzione spesso efficiente ed economica che viene cancellata per imporre un modello unico. Eppure la professionalità non nasce per decreto, ma dal confronto tra domanda e offerta, dalla responsabilità diretta verso chi sceglie e valuta il servizio.

Anche le altre misure del testo – obblighi assicurativi, nuove regole sulla morosità, sospensione dei servizi, detrazione fiscale del compenso – si muovono nella stessa direzione: più complessità e più costi. La detrazione fino a 500 euro è, in questo senso, rivelatrice: si introduce un beneficio per compensare oneri generati dallo stesso impianto normativo, trasferendone il peso sulla collettività.

L’idea che il condominio, gestendo anche risorse rilevanti, debba essere sottoposto a un controllo più stringente confonde due piani distinti. Rafforzare la responsabilità è legittimo; comprimere la libertà di scelta lo è molto meno. Il condominio resta una comunità di proprietari, non un’articolazione della pubblica amministrazione.

In questo quadro, il plauso delle associazioni di categoria è tutt’altro che neutrale: segnala con chiarezza la direzione della riforma. Quando chi è già dentro il mercato sostiene nuovi obblighi, significa che si stanno restringendo gli accessi. Dietro la retorica della “professionalizzazione” si profila un interesse evidente: ridurre la concorrenza e consolidare posizioni acquisite.

La spinta verso ulteriori titoli e percorsi formativi obbligatori conferma questa impostazione: una filiera chiusa che premia la conformità più che il merito. Chi non possiede il requisito richiesto viene escluso, indipendentemente dalle capacità.

Se davvero si vuole migliorare la qualità dell’amministrazione condominiale, la strada è diversa: trasparenza, responsabilità e libertà di scelta. Sostituire il giudizio dei condòmini con quello di un ente certificatore non rafforza il sistema, lo irrigidisce.

Il risultato, come spesso accade, sarà un mercato più chiuso, più costoso e meno dinamico. E a pagarne il prezzo non saranno le associazioni che oggi applaudono, ma i condòmini, costretti a muoversi in un contesto più rigido e meno efficiente.