Quando la politica colpisce i segnali del mercato per nascondere la propria incapacità di affrontare il problema della casa
di Sandro Scoppa
Ogni inizio d’anno porta con sé una promessa implicita: rimettere ordine. Nel dibattito sulla casa, però, accade quasi sempre l’opposto. Invece di partire dai problemi reali, si ricomincia individuando un colpevole. E questo, puntuale, è chi mette a disposizione un immobile, lo gestisce, lo affitta, lo intermedia. Il fittavolo, l’intermediario, il proprietario organizzato diventano figure sospette, quasi moralmente discutibili, come se la loro sola presenza fosse una distorsione da correggere e non una risposta a un bisogno concreto.
Tale riflesso non è affatto nuovo, sebbene negli ultimi anni si è fatto più sistematico. Ogni difficoltà abitativa viene letta come il risultato di comportamenti individuali sbagliati, mai come l’esito di un quadro normativo che scoraggia l’offerta. La casa viene trattata come un problema etico prima ancora che economico, e la ricerca di un capro espiatorio sostituisce l’analisi dei meccanismi che rendono possibile l’abitare.
È proprio su questo punto che il ragionamento proposto da Walter Block in Difendere l’indifendibile si rivela particolarmente utile. In esso, l’economista americano dedica uno dei suoi saggi più lucidi alla figura dell’affitta-tuguri non per spirito di provocazione, ma per rigore logico. L’intermediazione abitativa, mostra lo studioso, non sottrae nulla a nessuno. Al contrario, riduce incertezza, costi e conflitti. Trasforma un bene statico in un servizio accessibile, rendendo possibile l’incontro tra soggetti che altrimenti resterebbero isolati. Chi affitta professionalmente non vive di scorciatoie: anticipa costi, assume rischi, organizza l’offerta, si espone alle oscillazioni della domanda e alle scelte altrui. È una funzione economica reale, non un privilegio mascherato.

Eppure, nel dibattito pubblico contemporaneo, siffatta funzione viene sistematicamente negata. L’intermediazione è descritta come un ostacolo, il canone come un abuso, l’organizzazione come un trucco. Si parla di “emergenza abitativa” come se fosse il prodotto di avidità individuali e non il risultato di un accumulo di vincoli, presunzioni e obblighi che rendono sempre più oneroso mettere una casa sul mercato. Si promette tutela moltiplicando adempimenti, come se gli immobili ad uso abitazione fossero un diritto amministrabile per decreto e non beni che esistono solo se qualcuno decide liberamente di offrirli.
Il nuovo anno si apre così sotto il segno di una contraddizione profonda. Si invoca più abitare e, nello stesso tempo, si rende sempre più difficile farlo. Si pretende stabilità colpendo chi la rende possibile. Si parla di accessibilità mentre si trasforma ogni locazione in un potenziale rischio giuridico, fiscale e reputazionale. Il risultato non è una maggiore giustizia sociale, è invece la ritirata silenziosa di chi potrebbe offrire alloggi e sceglie di non farlo, perché il costo dell’incertezza supera il beneficio dell’attività.
Qui sta il punto essenziale che lo stesso Block mette a fuoco con chiarezza: eliminare o scoraggiare l’intermediario non significa avvicinare le parti, ma lasciarle sole. Senza chi organizza, filtra e garantisce, il mercato non diventa più umano; diventa più opaco. E quando l’opacità aumenta, l’accesso diminuisce. Non perché qualcuno lo voglia deliberatamente, piuttosto perché nessuno può permettersi di operare in un contesto dominato dall’imprevedibilità e dalla sfiducia.
Gli effetti della dinamica prima richiamata vengono poi letti, non senza ironia, come la prova di un presunto fallimento del mercato. Si colpiscono i segnali e ci si lamenta delle conseguenze. Si comprimono le scelte individuali e, nello stesso tempo, si invoca una maggiore disponibilità di case. È un circolo vizioso che tende a riprodursi: l’intervento presentato come correttivo riduce l’offerta, i problemi si aggravano e la risposta successiva diventa ancora più invasiva. È la paura della libertà applicata all’abitare, l’illusione che un fenomeno complesso possa essere governato reprimendo proprio le funzioni che lo rendono gestibile.

Questo è il punto in cui occorre fermarsi e rimettere ordine nelle categorie con cui si interpreta il problema. L’intermediazione, il canone, l’organizzazione dell’offerta non sono deviazioni da tollerare a malincuore, ma risposte spontanee a incertezza, rischio e scarsità. Ignorarle o criminalizzarle non le elimina; elimina solo le condizioni perché possano operare in modo trasparente e responsabile.
La casa non è un campo morale né un terreno su cui esercitare una pedagogia punitiva. È un ambito di cooperazione complessa, fatto di decisioni, responsabilità e assunzione di rischio. Trattarlo come una sequenza di colpe significa condannarlo alla scarsità.
Se si vuole davvero riportare equilibrio nel dibattito, il punto di partenza è semplice: smettere di criminalizzare chi rende possibile l’abitare e tornare a distinguere tra abuso e funzione, tra privilegio e servizio. Difendere l’affitta-tuguri, oggi, non è un paradosso ideologico. È un atto di realismo.


